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ott 28 2018

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MICROPLASTICHE NEL 90% DEL SALE DA CUCINA

Una nuova ricerca scientifica rivela che ben 36 dei 39 campioni di sale da cucina analizzati, provenienti da diverse nazioni inclusa l’Italia, contenevano frammenti di plastica inferiori ai 5 millimetri, meglio noti come microplastiche

Una nuova ricerca, nata dalla collaborazione tra Greenpeace e l’Università di Incheon in Corea del Sud, e pubblicata sulla rivista Environmental Science & Technology, ha preso in esame campioni di sale marino, di miniera e di lago, di diverse marche, provenienti da diversi paesi per analizzarne il contenuto.
Dall’indagine è risultato che 36 campioni, circa il 90% del totale, erano contaminati da microplastica costituita da Polietilene, Polipropilene e Polietilene Tereftalato (PET), ovvero le tipologie di plastica più comunemente utilizzate per produrre imballaggi usa e getta.
Questo studio, il primo condotto su vasta scala e tale da permettere un’analisi comparata della presenza di microplastiche in campioni di sale da cucina provenienti da numerose aree geografiche, ha consentito anche di correlare i livelli di inquinamento riscontrati nel sale con l’immissione e il rilascio di plastica nell’ambiente.

Tra tutti i campioni analizzati quelli provenienti dall’Asia hanno registrato i livelli medi di contaminazione più elevati con picchi fino a 13 mila microplastiche in un campione proveniente dall’Indonesia. L’Asia

è il continente più “in sofferenza” per l’inquinamento da plastiche, e l’Indonesia, con i suoi 54.720 km di costa, in uno studio indipendente del 2015 si è classificata come il secondo peggiore paese al mondo in termini di inquinamento da plastiche delle acque.

Sono stati analizzati campioni di sale provenienti da 21 paesi di Europa, Nord e Sud America, Africa e Asia. I tre marchi che non contenevano microplastiche provengono da Taiwan (sale marino raffinato), Cina (sale grosso raffinato) e Francia (sale marino non raffinato prodotto dall’evaporazione solare).

In generale nei campioni di sale marino è stata osservata una maggiore presenza di microplastiche (compresi tra 0 e 1674 microplastiche per chilo, escludendo il campione indonesiano), seguiti dai campioni provenienti da laghi salati (compresi tra 28 e 462 microplastiche per chilo) e dalle miniere (compresi tra 0 e 148 microplastiche per chilo).

Anche i tre campioni di sale provenienti dall’Italia, due di tipo marino e uno di miniera, sono risultati contaminati dalle microplastiche con un numero di particelle compreso tra 4 e 30 unità per chilogrammo. Inoltre, in base ai risultati della ricerca e, considerando l’assunzione media giornaliera di 10 grammi, un adulto potrebbe ingerire, solo attraverso il consumo di sale da cucina, circa duemila frammenti di microplastiche all’anno considerando la concentrazione media di microplastiche in tutti i sali analizzati e fino a 110 sulla base del dato italiano peggiore.
“I risultati suggeriscono che l’ingestione umana di microplastiche attraverso prodotti marini è fortemente correlata alle emissioni o rilasci di plastica in una data regione”, ha spiegato Seung-Kyu Kim, professore di Scienze marine presso l’Università Nazionale di Incheon in Corea del Sud. «Per limitare la nostra esposizione alle microplastiche – conclude – sono necessarie misure preventive riguardo l’immissione di plastica in mare, una migliore gestione dei rifiuti in ambiente terrestre e, soprattutto, la riduzione della produzione di rifiuti in plastica».

Sherri Mason, professore alla Fredonia State University di New York, che ha collaborato con ricercatori dell’Università del Minnesota in un diverso studio sul sale, ha commentato in un’intervista che le nuove scoperte aggiungono “un altro tassello al puzzle” per valutare l’impatto delle microplastiche e che “nessuno può dirsi al sicuro visto che sono ubique” .

Quanto è dannoso

Cosa la concentrazione e l’assunzione di tali quantità di microplastiche comporti resta però un mistero.
Un altro studio dell’Università di York in Gran Bretagna, che ha cercato di valutarne i rischi, pubblicato di recente, ha concluso che non si sa abbastanza per determinare se le microplastiche causano danni.

Una rapida sintesi di 320 studi esistenti sull’argomento ha rilevato “importanti lacune di conoscenza” nella comprensione scientifica dell’impatto delle microplastiche. Gli studi hanno esaminato diversi tipi di microplastiche, tra cui microsfere, frammenti e fibre, portando a un “mismatch” di dati che renderebbe inutile ogni comparazione. Fonte: National Geographic, Laura Parker, 18.10.2018

*Questo articolo è un estratto – rivisto con l’inserimento dei dati forniti da Greenpeace Italia - del più approfondito servizio originale di Laura Parker che trovate qui

Anche National Geographic si impegna a ridurre l’inquinamento da materie plastiche.
Scoprite di più sulle nostre attività no-profit su natgeo.org/plastics.

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