«

»

Feb 18 2009

Print this Articolo

LE DEGUSTAZIONI DI PRIMAVERA DEL SEMINARIO VERONELLI

 

 

IL NEBBIOLO DELL’ALTO PIEMONTE

I VINI DI MONTESCUDAIO

LA PANORAMICA DELLA CALABRIA

L’OLIO EXTRAVERGINE D’OLIVA RACCOLTO 2008

AMARONE DELLA VALPOLICELLA 2005

TIMORASSO E I ROSSI DEL TORTONESE


IL NEBBIOLO DELL'ALTO PIEMONTE
Sono iniziate le Degustazioni di Primavera del Seminario Veronelli. Nella nuova sede sul Viale delle Mura, posto incantato anche se un po' più piccolo del precedente, che possiede però anche un bellissimo exterieur per attività all'aperto da attivare per l'estate.
Oggetto della prima serata il Nebbiolo dell'Alto Piemonte, vale a dire Lessona, Spanna, Gattinara, Gemme e tutte le denomninazioni delle provincie di Novara e Vercelli. Vini importanti in passato, più diffusi e conosciuti dei vini di Langa.
Vini molto differenti fra loro a causa delle altitudini (da 150 a 500 m) e per terreni: morenici quelli novaresi e sabbie porfiriche quelli vercellesi (con qualche commistione). Vini molto differenti anche per uvaggio: Nebbiolo, Bonaria (Uva Rara) e Vespolina, in variegate proporzioni. Quindici i Campioni in degustazione, tutti corretti e piacevoli, anche se caratterizzati da una certa durezza di tannino (è attualmente in commercio l'annata 2004, contro 2005 del Barolo e 2006 del Barbaresco, per lasciar ammorbidire i tannini, assolutamente spigolosi).
I preferiti dei Soci Slow Food presenti:
Bita Astori  ha preferito nell'ordine Gemme 2004 dell'Azienda Ca' Nova, Gattinara 2004 di Borraccia del Piantavigna e Lessona San Sebastiano allo Zoppo 2004 delle Aziende Sella;
Alessandro Guazzetti e Alessandro Longo  hanno preferito Sizzano Ca' dei Santi 2004 de Il Rubino, Gemme 2004 di Borraccia del Paintavigna e Colline Novaresi Nebbiolo il Silente 2004 di Barbaglia;
Silvio Magni ha preferito nell'ordine Gattinara 2004 di Borraccia del Piantavigna, Gemme Riserva Costa del Salamino 2004 di Rovellotti e Lessona San Sebastiano allo Zoppo 2004 delle Aziende Sella(Silvio Magni)

Il risultato della degustazione
Ieri sera, lunedì 16 febbraio, sono finalmente ripresi i nostri consueti "Incontri del lunedì", gli appuntamenti di degustazione a cadenza quindicinale durante i quali presentiamo ad un pubblico eterogeneo di appassionati, ristoratori, enotecari ed addetti ai lavori i vini dell'eccellenza enologica italiana, spesso puntando i riflettori su zone piccole e poco conosciute. Per la prima volta l'incontro si è svolto all'interno della nuova sede di Viale delle Mura che, seppur più piccola della sala di via Pignolo, si è rivelata comunque perfettamente adeguata alle nostre necessità. Anche l'offerta si è arricchita e, accanto ai vini, v'è stato un momento dedicato all'abbinamento di alcune prelibatezze gastronomiche offerte da Al Vecchio Tagliere di Fausto Valenti, una novità già sperimentata durante l'ultimo incontro dello scorso anno e graditissima al pubblico intervenuto.
La nostra attenzione si è rivolta al Nebbiolo dell'Alto Piemonte, una zona abbastanza ristretta, compresa tra le province di Novara e di Vercelli, sulla quale insistono, però, ben 9 denominazioni. Fino agli anni Settanta da quest'area proveniva una mole impressionante di vino (chi non ricorda i famosi Spanna o i Gattinara che riempivano le tavole nelle occasioni importanti?). Dopo quel periodo d'oro, tuttavia, la zona ha subito un declino, le superfici vitate si sono fortemente ridotte e sempre meno si è parlato dei suoi vini. Nei tempi più recenti, però, alcuni volenterosi produttori si sono rimboccati le maniche e stanno cercando di riaffacciarsi con un certo dinamismo alla ribalta dell'enologia italiana. Si parla genericamente di "Alto Piemonte", ma in realtà, sotto il profilo pedoclimatico, le aree su cui insistono le 9 denominazioni sono molto variegate e piuttosto dissimili fra loro. Si passa, infatti, dai porfidi sgretolati di Boca, Gattinara, Bramaterra e Coste della Sesia, per passare alle particolarissime sabbie porfiriche e siltose tipiche di Lessona, arrivando, infine, alle terrazze moreniche glaciali di Ghemme, Fara, Sizzano e Colline Novaresi. Se aggiungiamo le differenti altimetrie ed esposizioni, si delinea un quadro molto vario ed eterogeneo che abbiamo puntualmente ritrovato nei calici, dove ciascun vino ha espresso una personalità molto distinta ed originale. La qualità media è apparsa molto convincente, così come la grande fragranza e bevibilità dei vini, che hanno mostrato un amplissimo ventaglio aromatico rivelandosi potenzialmente degli eccellenti compagni delle nostre cene e dei nostri pranzi, anche di quelli più ricercati.
Alla fine il preferito è risultato il Gattinara 2004 dell'azienda Torraccia del Piantavigna di Ghemme, seguito a discreta distanza dal Ghemme Riserva Costa del Salmino 2004 dell'azienda Rovellotti di Ghemme ed il Sizzano Cà de' Santi 2004 dell'azienda Il Rubino, anch'essa di Ghemme; il nostro pubblico sembra, dunque, aver privilegiato i vini dall'impatto fruttato più immediato, consistente e maturo, con tannicità più fitta e serrata.
Per maggiori dettagli sui vini e sulla serata vi rimandiamo, come sempre, ai prossimi numeri de Il Consenso.
(Gigi Brozzoni)

 

I VINI DI MONTESCUDAIO
Questa seconda serata di delle Degustazioni di Primavera, ha avuto per tema i vini di Montescudaio, territorio della Val di Cecina, caratterizzato da diversità notevoli di terroir e da diversità notevoli nei vini prodotti. Infatti si va dal Sangiovese (con min 80% di uve sangiovese) al Rosso (con min 50% di uve sangiovese) al Cabernet Sauvignon (con min 80% di uve cabernet) al merlot (con min 80% di uve merlot) al taglio bordolese con percentuali assolutamente variabili.
La produzione annua si aggira su 6.000 ettolitri, quindi limitatissima. Negli ultimissimi anni sono aumentate le aziende piccole e nuove. Anche la qualità è in costante aumente perché i vigneti nuovi delle nuove realtà stanno via via maturando dando prodotti sempre migliori. Quando tutti i vigneti nuovi saranno a regime la produzione si potrà attestare sui 9.000 ettolitri.
I vini degustati erano dell’annata 2006, una dell annate più favorevoli degli ultimi anni, per il suo estate caldo, il suo autunno senza grandi piogge che ha permesso una perfetta maturazione delle uve.
Tanti i Soci Slow Food presenti, che hanno preferito rispettivamente:
Bita Astori   ha preferito nell'ordine Guadipiani Toscana Rosso  dell’Az. Agr. Fontemorsi, Altrovino Toscana Rosso   dell’Az. Vitivin. Demani e Cancellaia Rosso Toscana  dell’Az. Agr. Pakravan-Papi;
Carlo Giupponi   ha preferito Cancellaia Rosso Toscana dell’Az. Agr. Pakravan-Papi, Altrovino Toscana Rosso dell’Az. Vitivin. Demani e Guadipiani Toscana Rosso dell’Az. Agr. Fontemorsi;
Alessandro Guizzetti   ha preferito Pian del Conte Sangiovese di Toscana della Fattoria Sorbaiano, Beccacciaia Rosso Toscana  dell’Az. Agr. Pakravan-Papi e Mnontescudaio Rosso Gabbriccio  dell’Az. Agr. Pakravan-Papi;
Alessandro Longo   ha preferito Beccacciaia Rosso Toscana  dell’Az. Agr. Pakravan-Papi, Guadipiani Toscana Rosso  dell’Az. Agr. Fontemorsi e Pian del Conte Sangiovese di Toscana  della Fattoria Sorbaiano;
Oliviero Manzoni   ha preferito Beccacciaia Rosso Toscana dell’Az. Agr. Pakravan-Papi, Caiarossa Toscana Rosso  di Caiarossa, Cancellaia Rosso Toscana  dell’Az. Agr. Pakravan-Papi;
Infine Silvio Magni   ha preferito Altrovino Toscana Rosso dell’Az. Vitivin. Demani, Caiarossa Toscana Rosso  di Caiarossa e Pian del Conte Sangiovese di Toscana  della Fattoria Sorbaiano. (Silvio Magni)

Il risultato della degustazione
L'area di produzione di Montescudaio si estende attorno alla valle del Cecina, nella zona dove la provincia di Pisa si insinua in quella di Livorno: siamo nell'alta Maremma dove la viticoltura negli ultimi vent'anni ha drasticamente cambiato gli aspetti della campagna ed ha modificato l'assetto socio-economico delle persone che la abitano. Qui la viticoltura è presente da tempo immemore, ma la svolta è avvenuta sull'onda del successo della vicina Bolgheri, che con il suo Sassicaia ha stravolto tutta la viticoltura italiana. Dalla doc del 1977, che prevedeva ancora il concorso tra Sangiovese, Canaiolo, Colorino ma anche Trebbiano e Malvasia, si è arrivati alla sostanziale modifica del 1999 che ha raccolto gli insegnamenti delle denominazioni circostanti introducendo, a fianco del Sangiovese, i classici vitigni bordolesi ed anche il Syrah. I suoli della valle del Cecina cambiano notevolmente passando dalle dune sabbiose delle zone vicine al mare fino ad arrivare alle argille, ai calcari ed alle arenarie delle zone più interne, come a Montecatini Val di Cecina, famosa per le sue antiche cave di rame, che ha dato il nome ad una delle più grandi industrie del nostro Paese.
Negli ultimi anni le aziende sono aumentate, gli ettari vitati sono cresciuti, la qualità dei vini è notevolmente migliorata, ma quel che non si capisce è perché, di fronte ad una doc con un disciplinare di produzione dalle larghe ed agevoli maglie, si continui a produrre una grande quantità di vini con indicazione geografica Toscana. Quasi fossero gli stessi produttori a credere poco al loro territorio e di più alla loro creatività ed intraprendenza. Tant'è vero che ieri sera i vini più apprezzati dalla nostra sala gremita di attenti degustatori, sono stati tre Igt, tutti a base di vitigni bordolesi e tutti perfettamente previsti nei vigneti della Doc Montescudaio.
Ve li elenchiamo in preciso ordine alfabetico perché dai giudizi espressi abbiamo avuto una perfetta ed insolita parità: Altrovino Toscana Rosso 2006  di Duemani, Caiarossa Toscana Rosso 2006  dell'Azienda Caiarossa, Cancellaia Rosso Toscana 2006  di Pakravan-Papi. Tutte Aziende di Riparbella e tutti vini già largamente recensiti dalla Guida Veronelli con punteggi molto lusinghieri.
Come sempre la cronaca della serata la troverete sul prossimo numero de Il Consenso.
(Gigi Brozzoni)

 

I VINI ROSSI DI CALABRIA
La viticoltura in Calabria ha origini antiche. Le civiltà preesistenti erano già dedite ad una viticoltura rudimentale quando sulle coste della Calabria approdarono i Greci (744 a.C.), i quali promossero una viticoltura più evoluta, riconoscendo nella Calabria un territorio fertile, adatto alla produzione vitivinicola.
E fu così che gli stessi Greci chiamarono Enotria (Oinotròi) questa terra, nome che a prescindere dalle possibili diverse interpretazioni, ha comunque un legame innegabile con la parola oinos, vino.
Sibari divenne mercato vinicolo attivo e presto se ne aggiunsero altri, come Crotone e Locri. I vini di Cirò, di Crotone e di Capo Rizzuto giunsero al colmo della celebrità quando vennero offerti in dono ai rappresentanti della Magna Grecia vincitori delle competizioni dei giochi di Olimpia. I ricchi ateniesi prediligevano, accanto al Cirò, altri vini calabresi quali Sibaris, Cosentia, Regium e Tempsa. Che la vite costituisse in questa parte dell’Italia un investimento economico è testimoniato nelle Tavole di Eraclea, dove è riportato che i terreni vitati avevano un affitto sei volte superiore rispetto a quelli destinati a coltivazioni diverse.
Poco si sa dei vini che venivano prodotti nella antica viticoltura calabrese. Noto è il vino di Biblina, ottenuto da un vitigno originario della Tracia e coltivato dai Greci in suolo italico, da Siracusa fino al nord della Calabria. Altri vini di cui è riportata l'esistenza sono la Centula, il vino di Ciragio, il vino Pesciotta ed il vino Chiarello.
Con la conquista dei romani, la vite venne quasi totalmente abbandonata, sostituita da cereali e dall’allevamento di bestiame.
In seguito, sia per i cambiamenti dei gusti dei consumatori, sia per la diffusione di vini d’altre regioni, la produzione calabrese perse il mercato e si richiuse entro i suoi confini. Nell’epoca contemporanea molti dei vini prodotti nella zona, vennero destinati al taglio per l’intenso colore e corpo, l’alto grado alcolico, e la ricchezza di sapori.
Nella viticoltura moderna i vitigni calabresi più importanti sono il Gaglioppo (padre del Cirò e del Melissa), il Montonico (padre del Bivongi, del Donnici e del Pollino), il Magliocco Canino, il Nerello, il Guardavalle, il Pecorello Bianco, la Guarnaccia, il Greco Nero ed il Prunesta (impiegato per numerosi vini IGT calabresi).
In Italia possiamo vantare un patrimonio costituito da oltre un centinaio di uve autoctone di consolidata tradizione, alcune molto conosciute, altre in via di estinzione. Tuttavia, per molte delle varietà autoctone calabresi permane ancora uno stato di confusione, poiché non sono certe le origini ampelografiche e le attitudini enologiche a causa di sinonimie ed omonimie varie e delle variazioni sopraggiunte negli anni in seguito alle influenze microclimatiche.
Ad ogni modo, la varietà più diffusa risulta essere il Gaglioppo che, pur con numerosi e svariati sinonimi, è presente in quasi tutta la regione, seguito da Greco Nero e Magliocco Canino.

Gaglioppo: Uva a bacca nera, è la varietà predominante in Calabria, ma si trova anche in Marche, Umbria, Abruzzo, Campania, Sicilia e Sardegna. Entra in tutte le DOC calabresi di cui la più famosa è indubbiamente Cirò.
Vitigno di probabile origine greca, per alcuni è il più antico del mondo. Benché non tutti gli esperti siano d’accordo, si ritiene che il Gaglioppo sia diretto discendente del famoso Cremissa che i Greci offrivano in dono agli atleti ed agli eroi.
Il grappolo è medio-grande, allungato leggermente, di forma conica. L'acino è medio rotondeggiante, spesso deformato dalla compattezza del grappolo, la buccia è nera e spessa, mentre la polpa è succosa. La vigoria è notevole, la produzione buona e costante. Buona anche la resistenza alle avversità climatiche ma è incostante la resistenza alle malattie parassitarie.

Greco nero: Vitigno a bacca nera che fa parte della numerosa famiglia dei Greci, la cui origine e diffusione è piuttosto incerta. Molto probabilmente è stato introdotto dai coloni ellenici, fondatori della Magna Grecia. Con questo nome vengono chiamate molte varietà che hanno ben poco in comune con il greco nero (Greco Nero di Avellino, delle Marche, di Teramo, di Terni, di Velletri). Era erroneamente ritenuto sinonimo di “marcigliana” o “marsigliana” coltivato nella provincia di Catanzaro ed è stato confuso anche con l’Aleatico ed il Verdicchio nero. Localmente è chiamato “grecu niuru” e “maglioccone” (Bivongi) ed è coltivato e diffuso prevalentemente nelle province di Catanzaro (Locri) e Crotone.
Ha grappolo medio-grande, corto di forma conica, talvolta alato, mediamente compatto; acino medio-piccolo, obovoide con buccia sottile ma consistente, pruinosa e di colore nero con riflesso bluastro.
La produzione è media e costante, predilige terreni poco fertili ed ambienti caldi. Le forme di allevamento più idonee sono quelle a piccola espansione, come l’alberello, con potatura corta o addirittura cortissima. È caratterizzato da una media maturazione e vigoria.

Magliocco: antica varietà calabrese coltivato soprattutto nelle province di Cosenza e Catanzaro. Alcune volte le uve di questo vitigno vengono usate per aggiungere corpo e struttura a vini locali. Praticamente scomparso il Magliocco è stato riportato in vita dalla società Librandi, che ha iniziato a ricercare e propagare antiche varietà indigene nel 1988.
Ha grappolo medio, conico, compatto e alato; l’acino è medio, ellittico con buccia pruinosa, abbastanza spessa e consistente dal colore rosso-viola-blu. (fonte: Seminario Veronelli)

I soci Slow Food presenti hanno preferito:
Bita Astori nell'ordine Cirò Rosso Classico Superiore Riserva Colli del Mancuso 2005 di Ippolito, Alarico Valle dei Crati Rosso 2007 della Tenuta Terre Nobili e Serra del Monte Calabria 2005 di Terre di Balbia;
Oliviero Manzoni nell'ordine Cariglio Terre Nobili Valle del Crati Rosso 2007 della Tenuta Terre Nobili, Alarico Valle dei Crati Rosso 2007 della stessa Tenuta e Serra Monte Rosso Calabria 2005 di Terre di Balbia;
Silvio Magni nell'ordine Serra Monte Rosso Calabria 2005 di Terre di Balbia, Alarico Valle dei Crati Rosso 2007 della Tenuta Terre Nobili e Pollino Rosso Superiore Harè 2006 dei Vignaioli del Pollino. (Silvio Magni)

Il risultato delle degustazioni
Si dice che le regioni meridionali stiano compiendo importanti passi in avanti nell'ambito della viticoltura di qualità, ma non sempre si precisa come non tutte viaggino alla stessa velocità e soprattutto con diverso frastuono. Così, la timida Calabria continua nel suo silenzioso cammino che ha pur dato notevoli novità e che sempre più ne darà in futuro, perché se ormai si è palesato il potenziale della maggior parte delle regioni del sud, seppur non sempre compiutamente espresso, di una regione come la Calabria si comincia solo ora ad intravedere quali e quanti potranno essere i più prossimi sviluppi. I motivi di tale singolarità vanno ricercati in quella sorta di intervallo che c'è stato tra la viticoltura greca e quella contemporanea, che ha lasciato la Calabria esente dalla razionalizzazione seguita al periodo fillosserico. Sappiamo che proprio a questa razionalizzazione abbiamo pagato un grande scotto in termini di perdita di varietà, mentre la viticoltura calabrese di fine Ottocento, marginale e quasi isolata, ha tratto beneficio da questo confino preservando tutta la sua biodiversità. E proprio su questi aspetti i maggiori ampelografi italiani stanno indagando per scoprire cosa si nasconda in ciò che rimane degli antichi vigneti.
La panoramica di ieri sera ha voluto fare il punto sul modo in cui lavorano le aziende calabresi alle prese con i vitigni di più recente reintroduzione. Primo fra tutti vi è il Magliocco, soggiogato per decenni dal Gaglioppo che a lungo ha dominato lo scenario calabro. Ora ha inizio la sua rivincita che lo ha portato in prima linea quale portavoce della nuova viticoltura calabrese; diversamente interpretato da aziende e uomini, ieri sera ci ha dato significativi esempi di vinificazioni singolari o in compagnia di vitigni sia italiani sia internazionali. Da una condivisa base qualitativa si sono stagliati nettamente due vini, uno "impuro", contagiato da sangiovese – Serra Monte Rosso Calabria 2005 di Terre di Balbia – ed uno purissimo – Magno Megonio Val di Neto Rosso 2006 di Librandi Antonio e Nicodemo. Molto interessanti anche un puro Cariglio Terre Nobili Valle dei Crati Rosso del 2007 di Terre Nobili ed un maritato con aglianico Pollino Rosso Superiore Harè 2006 di Vignaioli del Pollino. Ma non riesco a nascondere la sorpresa per un singolare nerello cappuccio, che ha dato un Alarico I° Valle dei Crati Rosso 2007 di Terre Nobili affascinante ed insolito, così diverso dai suoi cugini etnei da far dubitare della fedeltà coniugale; ricordo una canzone napoletana che diceva così: "è nata 'na creatura, è nata nira.".
(Gigi Brozzoni)

 

L'OLIO EXTRAVERGINE D'OLIVA RACCOLTO 2008

Si è svolta nella sala di degustazione di Viale delle Mura il consueto incontro annuale con l'Olio Extra Vergine d'Oliva, un appuntamento che si ripete ormai da circa vent'anni e che ci ha permesso di seguire le evoluzioni tecniche, qualitative e culturali che hanno interessato questo prezioso comparto dell'agricoltura italiana. Come sempre erano presenti campioni della più recente campagna olivicola provenienti da tutta Italia, partendo dalle regioni settentrionali per giungere, attraverso Toscana e Umbria, fino alla Sicilia. Proprio i miglioramenti qualitativi sono subito balzati agli occhi (è davvero il caso di dirlo), ben testimoniati dai colori dei diversi oli, che fino a qualche anno fa apparivano molto gialli, chiari e spesso un poco torbidi, mentre oggi sono puliti, brillanti e screziati da intriganti sfumature verdognole, quando non persino colorati di intense tonalità vegetali. Tutto ciò indica una sempre più sicura confidenza dei produttori con le tecniche produttive, soprattutto nella fase di molitura, ed una più attenta scelta del periodo di raccolta, che viene anticipato al momento dell'inizio dell'invaiatura consentendo di ottenere drupe fragranti e ricche di fresche sensazioni vegetali. A fine serata gli oli preferiti sono risultati l'Olio Extra Vergine d'Oliva Val di Mazara Biancolilla Denocciolato dell'azienda Planeta, dai toni più dolci e rotondi, l'Olio Extra Vergine d'Oliva Terre Rosse dell'azienda Alberghina Emanuele, dal tocco dolce/piccante, l'Olio Extra Vergine d'Oliva Leccino Denocciolato Berardenga della Fattoria di Felsina, catalogato dai nostri degustatori come piccante/dolce, e l'Olio Extra Vergine d'Oliva dei Castelli di Jesi (blend di tre cultivar) dei Fratelli Bucci, che ha sfoderato un'impressione piccante netta, pulita e molto stimolante.
Interessante notare che due dei quattro oli menzionati siano ottenuti da olive denocciolate e che uno di essi si avvalga ancora del prestigioso marchio "L'Olio Secondo Veronelli".
(Gigi Brozzoni)

 

AMARONE DELLA VALPOLICELLA 2005
L’Amarone della Valpolicella, oggi considerato il più importante vino veronese, nasce dall’evoluzione del Recioto, vino tra i più antichi della storia vitivinicola italiana. Nel quarto secolo dopo Cristo, Cassiodoro, ministro di Teodorico, re dei Visigoti, descrive in una lettera un vino ottenuto con una speciale tecnica di appassimento delle uve, chiamato allora Acinatico, prodotto in un territorio denominato Valpolicella (nome che pare derivi dal latino Vallis polis cellae che potrebbe significare Valli dalle molte cantine).
In Valpolicella veniva prodotto solo il Recioto, vino vellutato e dolce, ma, con il passare del tempo ed il mutare delle stagioni, le uve, sebbene vinificate nello stesso modo, diedero progressivamente vita, a seguito della fermentazione, ad un vino notevolmente più secco. La trasformazione, che in un primo tempo venne considerata un problema, in vino secco e quindi amaro si impose invece facilmente e venne sempre più apprezzato e richiesto. Nacque così l’Amarone, prendendo il nome dalla sua caratteristica vena amarognola.
I primi esemplari furono imbottigliati solo nei primi anni del novecento per uso famigliare o destinati agli amici, mentre la commercializzazione vera e propria iniziò nel dopoguerra.
Nel 1968 gli venne attribuita la Denominazione di Origine Controllata.
Nell’ambito del panorama vitivinicolo della Valpolicella, l’Amarone rappresenta solo una piccola percentuale e sebbene dalla seconda metà degli anni novanta la produzione sia sensibilmente aumentata, la quantità di vino rimarrà sempre limitata, trattandosi di un prodotto che richiede un’altissima qualità delle uve ed una cura minuziosa e pressoché artigianale. Per la produzione dell’Amarone e del Recioto è prevista la messa a riposo di un quantitativo di uve non superiore alle 8,4 tonnellate per ettaro.
Tecniche di produzione
L’attuale disciplinare prevede che l’uvaggio sia composto da Corvina (40-80%), è ammessa la presenza di Corvinone nella misura massima del 50% ed in sostituzione di pari percentuale di Corvina, Rondinella (5-30%); possono concorrere vitigni a bacca rossa non aromatici, autorizzati e raccomandati per la provincia di Verona fino al 15%.
Dai tempi di Cassiodoro il metodo di produzione è rimasto pressoché invariato. Le uve, perfettamente sane e giunte a piena maturità,  vengono normalmente raccolte tra la terza settimana di settembre e la prima di ottobre e disposte con ogni cura in un unico strato, in modo da far circolare meglio l’aria e impedirne lo schiacciamento, in cassette di legno o plastica o su graticci di bambù e collocate in ampi fruttai, ricavati sopra le cantine, perfettamente areati e in grado di assicurare un ideale conservazione dei grappoli.
Le uve sostano nei fruttai per 3-4 mesi, nel corso dei quali vengono costantemente visionate per eliminare tempestivamente eventuali grappoli intaccati da marciume o muffe dannose, fino a che non avranno perso almeno la metà del loro peso raggiungendo la concentrazione di zuccheri desiderata (25-30%).
Ultimato l’appassimento, le uve vengono sottoposte a pigiatura e quindi si procede con la vinificazione che può essere di tipo tradizionale o di tipo moderno. Nel primo caso, si lavora a temperature naturali, e quindi molto basse, e il mosto rimane a contatto con le bucce per un tempo che può protrarsi per alcuni mesi. Questo metodo consente di ottenere un vino che richiede tempi di affinamento in botte e in bottiglia decisamente più lunghi ma che spesso regala un gusto originale, espressione diretta del territorio, che permane anche con invecchiamento di parecchi anni.
Il secondo metodo prevede l’ausilio di particolari vinificatori, con la possibilità di gestire le temperature di fermentazione, di rompere e muovere la vinaccia, che offrono l’opportunità di ottenere vini più morbidi che possono essere apprezzati dal consumatore in tempi più brevi.
Entrambi i metodi si completano con l’affinamento in contenitori di legno, botti di rovere di Slavonia o barrique di rovere francese e con la successiva permanenza in vetro, prima della commercializzazione.
L’annata 2005
La 2005 è stata un’annata caratterizzata da un andamento meteo abbastanza anomalo e per certi aspetti difficile. La quantità di uva si presentava generalmente scarsa (20-30% in meno) a causa del germogliamento disforme e del forte abbassamento di temperatura avvenuto nel corso della fioritura che hanno però permesso alla vite di portare a maturazione completa i grappoli con leggero anticipo, permettendo di iniziare la vendemmia intorno al 20 settembre.
Rispetto alle medie storiche della Valpolicella, il mese di agosto è stato caratterizzato da temperature più fresche e settembre, al contrario, da temperature più calde; va però sottolineato che nel corso della stagione vegetativa si sono avuti grandi e repentini abbassamenti di temperatura legati principalmente ad intensi eventi piovosi.
L’inverno è stato siccitoso, aprile e maggio con piovosità sostenuta, giugno siccitoso, luglio e agosto con piovosità quasi doppia rispetto alle medie storiche, con eventi piovosi di notevole intensità, e ottobre con piovosità quasi doppia ma concentrata nella prima settimana mentre la restante parte ha presentato un andamento meteo nella norma permettendo di concludere le operazioni vendemmiali. La grandine ha interessato una parte della zona nel periodo di fioritura portando un danno di tipo quantitativo ed una seconda parte della zona di produzione a cavallo di ferragosto compromettendo completamente la produzione nei vigneti colpiti.
Il periodo di appassimento è stato disturbato da piogge insistenti nel mese di ottobre mentre novembre e dicembre hanno avuto condizioni di tempo ottimali.

I Soci Slow Food presenti hanno preferito: Bita Astori   il Costa delle Corone di Monteci, il Costasera dei Masi e il Villa Monteleone; Oliviero Manzoni   ha preferito l'Acinatico di Accordini, seguito da Costasera di Masi e da Vigneto Monte Sant'Urbano di Speri; Silvio Magni   ha preferito il Costa delle Corone di Monteci, seguito da Costasera di Masi e da Villa Monteleone.

Il risultato della deguastazione
Avevamo già assaggiato gli Amarone del 2005 nel corso dell'Anteprima veronese di fine gennaio ed avevamo già espresso qualche riserva su questo millesimo; ieri sera, però, abbiamo riassaggiato alcuni di questi vini in compagnia dei nostri abituali e appassionati degustatori per sentire anche da loro che impressione poteva destare un grande vino in un'annata difficile e di modesta qualità. Ma prima di ogni altra cosa il pubblico è rimasto sbalordito quando ha letto i dati di produzione che negli ultimi dieci anni si sono impennati in modo impressionante e con previsioni per il futuro altrettanto ottimiste. Di certo l'Amarone è un vino che piace, che affascina, che soddisfa le aspettative del consumatore più scaltro e smaliziato, anche se non è sempre chiaro quale sia la migliore occasione di consumo data la sua esuberanza organolettica, alcolica e tattile. Ma se è vero quel che dicono le più recenti ricerche di mercato, e cioè che soprattutto i giovani tendono a bere grandi vini in ambiente domestico o in locali pubblici poco formali come enoteche e wine bar, ecco che allora la grande bottiglia di Amarone può diventare essa stessa un'occasione di convivialità slegata ed indipendente dal cibo che l'accompagnerà. È la fine dei "matrimoni d'amore" veronelliani? Speriamo di no, ma certamente i consumi del futuro saranno sempre meno condizionati dalle convenzioni e dalle formali consuetudini. Sta di fatto che questo Amarone del 2005 nonostante non brilli per esuberanza fruttata, visto che ha piovuto tutta l'estate, piace per la sua concentrazione, per la sua densità, per la sua alcolicità, cioè per tutti gli attributi portati prevalentemente dall'appassimento; e allora cosa succederà a quella impennata produttiva quando troveremo un'altra annata nella quale sia la stagione della maturazione che quella dell'appassimento avranno avuto un andamento regolare? Difficile dirlo. Accontentiamoci di sapere che ieri sera su tutti ha brillato l'Amarone della Valpolicella Classico Acinatico 2005 di Stefano Accordini e che solo a ragguardevole distanza gli hanno fatto compagnia l' Amarone della Valpolicella Classico di Villa Monteleone e il Costasera di Masi. Buoni tutti gli altri ma nell'indice di gradimento sono risultati nettamente distanziati.

G.B.

 

IL TIMORASSO

Il Timorasso è un vitigno autoctono della provincia di Alessandria, a bacca bianca, coltivato essenzialmente nelle Valli Curone, Grue, Ossona e in Val Borbera, in un’area dove la vite trova un valido "habitat" grazie al terreno, al lungo soleggiamento e alla posizione al riparo dei venti.
Ha la sua origine e massima diffusione nelle colline Tortonesi ma la sua presenza la si trova anche in Liguria, Emilia e Lombardia (oltrepò). Negli ultimi anni dell’800, prima dell’avvento dell’epidemia di filossera che devastò gran parte dei vigneti di tutta Europa, veniva segnalato come uva più coltivata della zona, ancor più del più conosciuto e diffuso vitigno cortese. Nel Bollettino Ampelografico del 1885, dedicato alla Coltura dell'uva da tavola in Italia, nel Tortonese era segnalato tra le uve bianche più coltivate e classificato come una varietà di vitigno a doppia attitudine, da tavola e da vino.
Negli anni successivi, non si sa per quale motivo, cadde nel dimenticatoio e nessuno se ne interessò più. La sua riscoperta è storia recente e risale solo agli ultimi 20 anni quando un gruppo di vignaioli locali si decise nuovamente a vinificarlo in purezza ottenendo degli ottimi risultati.
Vitigno rustico e vigoroso, può essere tuttavia soggetto ad attacchi di marciume del grappolo, che è piuttosto compatto, quando si crei un eccessivo affastellamento della vegetazione. La produttività è buona ma non elevata.
Il grappolo è medio-grande, a forma piramidale con due o tre ali, mediamente compatto o compatto; peduncolo medio-corto, robusto, verde, semilegnoso.
L’acino è medio-grande, generalmente sferoidale ma spesso deformato per via della compattezza del grappolo, con buccia spessa, molto pruinosa, di colore giallo. La produttività del Timorasso è decisamente incostante, in compenso è abbastanza resistente alle malattie e agli eventi atmosferici. La sua vigoria vegetativa è inferiore alla media delle uve bianche.

Il risultato delle degustazioni
Si è svolto, nelle sale del nostro Seminario, l'ultimo incontro di degustazione in programma per la stagione 2008-2009. Abbiamo dedicato la serata al Timorasso, un vino riscoperto sul finire degli anni Ottanta e proposto ancora in numeri da nicchia, ma apprezzatissimo dagli appassionati e divenuto ormai una vera bandiera per il Tortonese e per i suoi vignaioli. Erano presenti campioni delle annate 2007, 2006, 2004 e 2000, che ci hanno, quindi, permesso di comprendere l'evoluzione nel tempo di questo vino, che nelle ambizioni dei produttori si candida come miglior vino bianco da invecchiamento da vitigno autoctono del Piemonte, una tipologia che manca nel panorama vitivinicolo regionale. Insieme al Timorasso abbiamo anche avuto la possibilità di degustare alcuni vini Rossi del territorio, prodotti con Barbera, altro vitigno bandiera del Tortonese, ma anche con altre uve, dalla Croatina alla Freisa passando attraverso i rari e preziosi Nibiò e Moretto, varietà con forte impronta territoriale ed ormai superstiti solo in piccoli appezzamenti. La degustazione è stata animata e condotta da ben quattro vignaioli, che hanno raccontato l'avventura del Timorasso e più in generale le caratteristiche delle viticoltura Tortonese ed il suo cammino verso l'eccellenza: insieme al vulcanico Walter Massa, da tutti considerato il "papà del Timorasso", che si è espresso con la consueta verve e schiettezza, sono intervenuti anche Elisa Semino dell'azienda La Colombera di Vho, Anselmo Franzosi di Cascina Salicetti di Montegioco e Alessandro Poretti della Cooperativa Valli Unite di Costa Vescovato. Nelle preferenze dei degustatori intervenuti, alla fine l'ha spuntata il Colli Tortonesi Bianco Derthona 2000 di Claudio Mariotto, a dimostrazione del fascino e della complessità dei quali il Timorasso riesce realmente a caricarsi con il trascorrere del tempo. Il resoconto dettagliato della serata e le esaustive note di degustazione, come sempre, le troverete sul prossimo numero de "Il Consenso". Nel frattempo la stagione di eventi del Seminario avrà una piacevole e conviviale "coda" il prossimo 25 maggio, quando alle ore 19,30 il giardino della nostra sede verrà animato da un appuntamento di fine degustazioni a base di carne di bue di Moncalvo alla brace e, naturalmente, vino a volontà. Informazioni e prenotazioni presso la segreteria – rivolgersi alla sig.ra Rossana Caprile (035-249961 – segreteria@seminarioveronelli.com).

 

Permanent link to this article: https://www.slowfoodvalliorobiche.it/le-degustazioni-di-primavera-del-seminario-veronelli-3/