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Dic 10 2025

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CARLIN PETRINI: INTERVENTO ALL’ASSEMBLEA NAZIONALE DEI SOCI ROMA 11-12 LUGLIO 2025

Innanzitutto i miei complimenti a tutti voi per questa assise così sentita, così partecipata, in questo particolare momento storico di confusione che stiamo attraversando. Ogni congresso di un’associazione è chiamato in qualche modo a scegliere delle vie, delle ipotesi, nuove suggestioni. Molto bello è stato l’intervento di chi mi ha preceduto, che ci invita ad aprire il movimento all’attenzione verso i migranti. Fare in modo che essi stessi diventino parte attiva del nostro corpo sociale, e che, in qualche misura, noi diventiamo, come dire, espressione della loro importanza della nostra società. Ma c’è di più, c’è il fatto che dobbiamo tutti avvertire, in questo momento, quanto sia importante implementare la diversità della nostra rete. Questo è un obiettivo mica da poco. Perché noi avvertiamo, oggi più che mai, coma la situazione stia diventando drammatica. E allora è in questo momento che bisogna avere il coraggio di implementare il cambiamento, di rafforzare il cambiamento. Non dobbiamo avere paura di allargare la nostra rete e non dobbiamo avere paura di fare in modo che la nostra rete non sia, come dire, anche territorialmente rappresentata da un solo gruppo: può darsi che ci siano diversi gruppi. Non vi siete mai chiesti perché non abbiamo tutto sto successo con i giovani? Molti fiduciari dicono che nella loro condotta ci sono dei giovani molto bravi. E quando chiedo quale ruolo hanno, la risposta è che sì fanno delle cose, ma il comando è sempre nelle solite mani. È forse giunto il momento di lasciare ai giovani il diritto-dovere di realizzare loro una condotta, una forma associativa? E quindi di implementare la nostra diversità? Io dico di sì. Non dobbiamo avere paura: possiamo convivere nella stessa casa, nella diversità. È ora di cambiare un po’ quello che per tanto tempo è stato il nostro slogan “Uniti nella diversità”. È ora di ribaltarlo “Diversi dell’unità”.

Non è un gioco di parole, perché se noi mettiamo come valore forte della nostra identità la diversità e lavoriamo su questo, in quel momento rafforziamo la nostra identità. E rafforziamo anche il senso di unità che ci dia piacere, che ci dia soddisfazione. Allora, forse, è giusto il tempo di fare una riflessione. Una riflessione che voglio condividere con voi. La riflessione è questa. Qual è la ragione d’essere del nostro movimento? Perché esistiamo? Qual è l’elemento precipuo della nostra esistenza? Non è di tipo prettamente politico. In particolare, quando la politica si identifica nelle sue forme partitiche. Siamo qui in assemblea per eleggere un gruppo dirigente, ma non è questo è il nostro obiettivo primario, non è questa la nostra partita. Va da sé che la nostra non è una realtà di tipo religioso. E neanche di tipo sociopolitico. E quando dico sociopolitico penso a movimenti, a realtà che tutelano una professione. Penso ai sindacati. Sono movimenti la cui ragione di esistere è dare forza alle realtà che rappresentano. La vera ragion d’essere del nostro movimento è la vostra felicità. Noi non siamo qui per pagare dazio a una realtà di tipo politico. Noi siamo qui perché ci piace stare qui, perché ci piace stare nell’Associazione, perché dell’associazione proviamo un senso di realizzazione, questo è il primo scopo del nostro movimento. E sbagliano coloro che ritengono che il sottotitolo “movimento internazionale per la tutela del diritto al piacere” sia unicamente collegato al cibo. Tutela del diritto al piacere riguarda anche il piacere di militare in questa associazione. Noi dobbiamo avere piacere di essere qua dentro, noi dobbiamo provare piacere per quello che facciamo. Essere gioiosi per questo. Ho sempre detto che hanno fatto più danni tutti coloro che hanno sofferto per gli altri, piuttosto che coloro che hanno goduto per se stessi.

Come può essere credibile uno che va in giro col magone a dire quanto importante è il suo ruolo? In tutti questi anni io ho sempre trovato piacere a stare dentro questo movimento. E sarei illogico se dicessi che ho sofferto. Nessuna sofferenza, anzi, ha dato senso alla mia vita. E quando mi guardo attorno e vedo quante cose fatte, quante attività abbiamo messo in moto, quante persone ho incontrato. Quante persone sono entrate e altrettante sono uscite. Ebbene, io dico che l’elemento distintivo prioritario di tutti i gruppi dirigenti di questo straordinario movimento è sempre stato essere pienamente soddisfatti e pienamente realizzati nell’essere militanti. E questa è una cosa importante.

Due sono gli elementi da non perdere di vista.

Il primo. Dare valore al fatto che siamo un movimento che opera dal basso. E fa in modo che le cose cambino, perché, la sua maggior ragione d’essere è lavorare con la gente, per la gente, perché le cose cambino dal basso. Questo è importante, questo è quello che abbiamo sempre fatto. In qualche misura è quello che ci ha sempre caratterizzati. Non dimenticherò mai che in uno degli ultimi incontri con Papa Francesco, parlando delle comunità Laudato Si’, lui mi disse “ricordati che il mondo si cambia dal basso. Mantenete questa dimensione. Perché non si è mai visto cambiare la natura dell’acqua in vapore mettendo il fuoco di sopra”. Da sotto che si carica, noi dobbiamo essere coscienti di questo, anzi dobbiamo trovare gioia per realizzare questo, noi dobbiamo avere coscienza che nel momento in cui riusciamo a fare bollire l’acqua, abbiamo già svolto una gran parte della nostra missione. Noi dobbiamo far bollire quest’acqua, dobbiamo fare in modo che le cose cambino e cambino perché noi operiamo con gioia e con letizia dal basso, con la gente.

Il secondo elemento che dobbiamo avere tutti ben chiaro è che quello che stiamo realizzando non esiste solo qui in Italia, lo sta realizzando gente come noi in ogni parte del mondo. In ogni parte del mondo c’è qualcuno di Slow Food che fa bollire l’acqua. Lo fanno in un modo originale, lo fanno in un modo diverso dal nostro. E allora come non guardare a queste realtà? Come non essere orgogliosi di far parte di questa rete? Perché questa è la politica, questa è la rete politica che cambia il mondo. E allora io guardo con estrema gioia al fatto che i giovani dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo sono venuti a propormi un’iniziativa sulla Cisgiordania che vi riporto qui. Si tratta di un villaggio della Cisgiordania dove i bambini per andare a scuola fanno 7 km a piedi, passando accanto ai villaggi dei coloni. Molte volte vengono bistrattati, minacciati, molte volte non riescono ad arrivare alla scuola. I nostri giovani hanno messo in essere un meccanismo per realizzare quattro aule elementari per avere la scuola nel villaggio gestita dai loro padri, dai palestinesi. Chi è cosciente che questa iniziativa è più potente di tutte le ciance? Chi ha coscienza che questo progetto è molto più significativo di tutti i nostri attestati. Perché io mi sento impotente davanti alla criminale logica portata avanti dal governo israeliano. Non possiamo cavarcela con un minuto di silenzio, perché come si dice in Langa “poco è poco, niente è troppo poco”. Allora cosa possiamo fare. Se in questa sala dove siamo in 500 mettessimo 100 euro raccogliamo 50.000 euro e la scuola è fatta. Ma faremo anche altre cose. Perché, guarda caso, dove c’è una guerra di cui nessuno parla, quella del Congo, c’è un gruppo di giovani di Slow Food che fanno gli orti. In una recente telefonata con loro, sentivo le armi suonare. Loro devono avere coscienza che non sono soli, loro devono avere coscienza che quello che fanno è straordinario e che noi guardiamo a loro con affetto, con gratitudine per come tengono in alto il nome del nostro movimento. E ho ancora negli occhi lo stupore di un giovane che ha preso un premio di 4000 euro dedicato alla nostra ex Presidente di Slow Food Germania. Questo giovane gestisce degli orti nella frontiera tra Uganda ed Etiopia, anch’essa tormentata dalla guerra. Era senza parole. La cifra è stata fondamentale per la sua attività. È la che coltiva e dà da mangiare a tantissime persone. Lui è là, a testimoniare l’attività di Slow Food, lui è Slow Food.

Un’altra cosa. Dal momento in cui Gaza è inaccessibile anche agli aiuti, noi dobbiamo ritessere le fila e fare qualcosa per loro e abbiamo l’opportunità di farlo con quel parroco a cui Papa Francesco tutti i giorni telefonava. Noi possiamo avere un rapporto con lui e fare in modo che lui possa dare vivande, aiuti economici, aiuti sanitari alla sua popolazione. Cosa aspettiamo! 100 euro a testa? 100 euro a testa. Ecco, questo è il modo di essere internazionali, questo è il modo di lavorare dal basso. Due nostri ex studenti di Pollenzo, in un’area del Kenya con la partecipazione di decine e decine di contadini, hanno realizzato 200 orti che danno da mangiare a 200.000 persone. Siamo coscienti che sono della nostra famiglia. E nel momento in cui la guerra sta per arrivare anche in Kenya che sarà di quei 200 orti? Che ne sarà di quel cibo per 200.000 persone? E quelle 200.000 persone pur non conoscendo che cos’è Slow Food, parlano di Slow Food. È questa la potenza che noi dobbiamo essere coscienti di avere e vi pare che questa potenza si può fermare semplicemente perché noi mettiamo la targhetta di diritto di essere Slow Food? Apriamo le nostre porte, non abbiamo paura.

Portiamo avanti con serietà questo rituale della democrazia partecipativa. E voglio dire una cosa al nuovo gruppo dirigente. Il compito primario che voi dovete avere nei prossimi anni è implementare questa gioia di partecipare e fare in modo che non possa mai venir meno il senso di partecipazione attiva, che è la cosa più importante che noi abbiamo. Ecco non strutturiamoci troppo. Quando siamo troppo strutturati non siamo più noi, per nostra natura siamo sempre stati un po’ ballerini. Ve lo dice uno che su questo concetto di ballerino ci ha messo anima e corpo, e quindi quando mi dicevano bisogna rafforzare la rete strutturale, rispondevo lasciala andare, lasciala andare. Perché se è pur vero che il pilastro numero uno è l’intelligenza affettiva, il secondo pilastro è l’austera anarchia. Oggi vorrei cambiare questo secondo pilastro con gioiosa. Gioiosa anarchia. Noi troviamo gioia nel fare, ognuno nel fare quello che si sente di fare. Non è diritto mio venire a sindacare se in una regione, in un’altra, se in una parte del mondo non seguono le regole stabilite dai congressi. Noi dobbiamo semplicemente dire che più c’è partecipazione, più c’è diversità, più siamo forti. È questo che non capiscono gli altri, gli altri pretendono di avere l’unità per incidere nel cambiamento. Noi invece cambiamo con la nostra diversità e la nostra diversità è all’origine del cambiamento. Questo è l’elemento più importante che dobbiamo avere a cuore in questa fase. Vi chiedo scusa di questa esegesi organizzativa, però, visto che sono un po’ a fine corsa, accettatela come una riflessione di chi ci è già passato. Non ripetete gli errori, fate in modo che l’originalità sia a tutti gli effetti forte e vivace.

E un’ultima cosa. Una cosa importante. Siate coscienti che in tutti questi anni nelle varie realtà in cui abbiamo operato, noi abbiamo sempre messo nuove idee, nuove proposte. Pensare alla prossima Terra Madre basata su quella che è la nostra spina dorsale: l’Arca del gusto, i Presìdi. Dietro quell’Arca, dietro quei Presìdi ci stanno persone, giovani che dall’essere parte attiva ne ricavano anche l’orgoglio per il loro lavoro. Dietro quell’Arca, dietro quei Presìdi ci sta la nuova associazione che deve aprirsi. Pensate chi sono e come si muovono. Pensate quanto sono in sintonia con noi, pensate quanto ci possono dare. Dobbiamo imparare anche da loro. E questa è un’opportuna, è come aprire le finestre. Basta con questa logica concentrata unicamente sul cibo. Concentriamo prioritariamente la logica del piacere di fare quello che facciamo e dell’essere tra di noi coscienti che abbiamo la nostra identità planetaria. Una cosa su tutte, vi devo dire. Vi ringrazio per quello che fate e vi voglio un gran bene.

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