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Giu 10 2020

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L’EPIDEMIA, L’INSOSTENIBILE PESANTEZZA DEL CARBONE, L’INSOSTENIBILE PESANTEZZA DEL CARBONE E COME PREPARARSI ALL’ERA POST GREGGIO

I mesi in cui l’umanità si è fermata per difendersi dal Coronavirus sono stati anche un gigantesco esperimento ecologico che nessuno avrebbe mai potuto organizzare. È il momento di trarne qualche insegnamento. Forse il più importante lo segnala la gloriosa Bbc: il tempo del carbone sta per finire.

Il carbone ci aiuta da secoli, è inquinante, ma continuiamo ad usarlo perché costa poco. Il Coronavirus ha rivelato un altro inaspettato difetto del vecchio carbone: gran parte delle centrali elettriche a carbone sono rimaste spente durante i mesi del lockdown. A volte, sono bastate le centrali eoliche, idriche, geotermiche per tenere accesi frigoriferi e i forni per il pane. In un mondo paralizzato, poi, trasportare il carbone era più complicato anche rispetto ai concorrenti più simili come gas e petrolio che possono attraversare i confini nei tubi senza bisogno che qualcuno li accompagni.

Grazie al Covid-19, si è capito che la logistica del carbone è complicata, esposta alle variabili della convivenza tra Stati e di eventuali blocchi internazionali. L’altra scoperta è che, nonostante il prezzo conveniente, dal punto di vista capitalistico non è più un buon investimento. Una centrale elettrica alimentata con energia rinnovabile, scrive l’inviato specializzato in temi ambientali, Justin Rowlatt, «è ormai più economica da costruire di una a carbone». E il bello è che «i prezzi continuano a scendere». Pensateci dal punto di vista di un investitore: una volta fatto l’impianto, è meglio spendere per acquistare carbone o aspettare che il vento soffi gratis?

La crisi pandemica ha aggiunto un altro tassello al quadro. Se qualcosa, qualunque cosa, riducesse ancora la richiesta di energia, il rischio economico per chi ha investito nell’elettricità da carbone è di vedere il proprio impianto fermo e quindi improduttivo. Al contrario, chi investisse nelle rinnovabili continuerebbe ad incassare perché ormai tutti i governi, a parità di prezzo, preferiscono tenere accese le luci senza diffondere particelle cancerogene e tossine chimiche. A parità di prezzo vuol dire meno costi sanitari. «Persino l’India, dove il consumo di carbone cresce ancora rapido, durante la chiusura da Covid-19 l’emissione di ossido di carbonio è calata per la prima volta in 37 anni».

Se questo è il quadro globale, ci pensa una ricerca dell’Istituto Affari Internazionali a darci il côté italiano. Secondo Luca Franza, responsabile del programma Energia e Clima del think tank fondato da Altiero Spinelli, l’Italia è in buona posizione nel mondo del post-carbone. Siamo «al primo posto in Europa nel geotermico e nelle pompe di calore, secondi nel solare e nell’idroelettrico e quinti nell’eolico. L’Italia ha inoltre la terza migliore produttività del lavoro in Europa nelle rinnovabili ed è stato il settimo più grande investitore al mondo in rinnovabili nell’ultimo decennio».

Fin qui tutto positivo, ma se dopo il carbone riuscissimo anche a ridurre il consumo di gas e petrolio? Sarebbe un bene per l’ambiente e la salute, ma ci porterebbe problemi politici. I Paesi esportatori di energia fossile del Medio Oriente sarebbero devastati economicamente da un calo delle entrate petrolifere e l’Italia, così vicina a loro, ne soffrirebbe le conseguenze. Non è detto che sia inevitabile, ma ci vogliono le giuste contromisure. Andiamo verso uno scenario geopolitico in cui sarà necessario difendere elettrodotti, pale eoliche e specchi solari invece di oleodotti o rotte marittime. Un mondo in cui il benessere del vicino sarà più importante. Se oggi la Libia smette di pompare greggio a causa della guerra civile, l’Italia può comunque comprarlo grazie a petroliere che viaggiano per migliaia di chilometri. Domani se una rivolta libica prendesse a sassate gli specchi di una centrale solare che serve l’Italia, noi rimarremmo al buio.

È necessario, sottolinea Franza, che l’Italia costruisca una nuova rete di relazioni e interdipendenze con il Nord Africa e i Balcani, cioè proprio i luoghi dove si produrrà una buona fetta di energia pulita necessaria all’Italia. Noi saremmo più stimolati a sviluppare il loro benessere politico e sociale. Loro avrebbero meno dittatori e più sviluppo sociale. L’aria sarebbe più pulita e tutti saremmo più sani. Forse non capiterà subito, ma la strada può essere questa. Fonte: Bbc, Istituto Affari Internazionali, Andrea Nicastro, 10.06.2020

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