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Set 30 2020

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ORGOGLIO BERGAMINO – RIEVOCAZIONE STORICA DI UNA TRANSUMANZA DA BERGAMO A GORGONZOLA (30 SETTEMBRE – 4 OTTOBRE 2020)

Chi l’avrebbe mai detto che, in così poco tempo, si sarebbe riusciti a organizzare un evento come quello della transumanza dei bergamini, con i loro armenti al seguito, da Bergamo a Gorgonzola?

Non è una domanda fuori luogo, perché, in solo un mese si è stabilito l’itinerario, effettuati i molti sopralluoghi, definite le tappe, ottenute le necessarie autorizzazioni amministrative, coinvolto una decina di Comuni e le principali istituzioni regionali, acquisita la partecipazione di alcune decine tra enti, associazioni e fondazioni. Oggi si può dire che tutto quanto è pronto. Siamo sulla linea di partenza. La rievocazione storica di un fenomeno, quello della transumanza stagionale a piedi dei bovini dalla montagna alla pianura lombarda, assai diffuso sino a tutta la prima metà del secolo scorso, oggi decisamente superato, si presenta un evento assai atteso. Impensabile sino a poche settimane fa. L’iniziativa è stata programmata dal 30 settembre al 4 ottobre e ha uno sviluppo itinerante, sulla rotta che i vecchi malghesi percorrevano abitualmente per scendere, al principio dell’autunno, dal monte al piano, dove trascorrere con le rispettive mandrie bovine la cattiva stagione in una delle tante cascine della Bassa, con i fienili rigonfi di foraggio. Dalmine, Canonica, Cassano sono le tappe intermedie del percorso, con soste a Brembate, Groppello e Inzago. Nata sotto i migliori auspici dell’Associazione Festival del Pastoralismo, la proposta, nella rivisitazione di una condizione sociale un tempo assai diffusa tra gli imprenditori zoo-caseari della montagna, ha ottenuto ampi consensi, anche se la burocrazia di talune istituzioni ha reso particolarmente faticosi alcuni passaggi. Ciò che un tempo caratterizzava un paesaggio umano assai comune, cioè il passaggio dei bovini sulle nostre strade, oggi è diventato una rarità, un evento quasi temuto, perché sconosciuto o difficilmente comprensibile dai più giovani. Ho seguito di pari passo la fase organizzativa, pur essendo stato il mio ruolo assai marginale rispetto alla mole degli adempimenti, coordinati in prima persona da Michele Corti, Presidente del Festival del Pastoralismo, coadiuvato da un drappello di generosi collaboratori. La positiva conclusione della fase preparatoria è stata possibile soprattutto grazie alle conoscenze scientifiche acquisite durante anni di studi e ricerche, alla rete di relazioni conquistate e avvalorate sul campo, che hanno consentito di mettere a frutto e finalizzare competenze diverse, infine alla sperimentazione di iniziative similari a raggio ridotto, come le diverse transumanze cittadine che negli anni scorsi hanno visto vacche e pecore transitare in mandrie e greggi per le principali vie cittadine di Bergamo, richiamando concretamente una comune e antica tradizione culturale, da cui la città ha mutuato persino il nome.

Quest’anno l’iniziativa ha alzato il tiro, superando i confini della città e della provincia di Bergamo, per ricostruire una vera e propria transumanza regionale, della durata di quattro giorni: poco meno di cinquanta sono i chilometri da percorrere con la mandria. Le varie associazioni aderenti si sono assunte ciascuna compiti diversi, per garantire le degustazioni serali a base di polenta e stracchino (ma anche casonsèi e scarpinòcc), la messa in scena di rappresentazioni teatrali, l’allestimento di pannelli espositivi, l’offerta di visite guidate volte alla conoscenza dei territori coinvolti dal transito della mandria, … Il Centro Studi Valle Imagna, in particolare, ha offerto la proiezione in anteprima assoluta del nuovo film-documento L’ultimo bergamino, che aprirà la settimana dedicata alla transumanza bovina sabato 26 settembre, nella chiesa parrocchiale di Fuipiano, e la concluderà sabato 3 ottobre a Gorgonzola, con proiezioni programmate anche nelle tappe intermedie.

Mercoledì 30 settembre, alle ore dieci, il bergamì, rigorosamente con scossàla allacciata alla vita, cappello in testa e lungo bastone tra le mani, darà il via alla transumanza, come quando Mosè – perdonatemi l’irriverente l’accostamento – si accinse col suo popolo ad attraversare il Mar Rosso: si tratta di un rito di passaggio ed equivale a una forte spinta al cambiamento, riguardante la vita delle persone coinvolte, per il raggiungimento di una condizione salvifica, strutturata attorno a tappe precise, che consentono agli individui la costruzione di nuove relazioni con la loro contemporaneità. Ad attendere i bergamini alla Bassa c’era la nuova vita in cascina, non più in libertà sulle praterie montane, che si sarebbe prolungata da Santa Caterina (25 novembre) sino a San Giorgio (23 aprile) –  tanto duravano i contratti per il fieno – ma poi dovevano essere predisposti anche i contratti per l’erba (con estensione a quaranta giorni circa prima e dopo). Complicazioni non indifferenti, che potevano richiedere tre o quattro transumanze interne, da una cascina all’altra, durante una sola stagione invernale. Ogni volta besognàa fà San Martì. In talune circostanze non si poteva proprio fare diversamente e le esigenze connesse all’allevamento bovino superavano di gran lunga quelle proprie della famiglia e della propria organizzazione domestica. Quante rinunce, quanti sacrifici quante speranze! Soprattutto quanto amore per le vacche, chiamate ciascuna per nome, come fossero altrettante persone! E quanta passione nel lavorare il latte e produrre gli stracchini! Vero orgoglio bergamino!

L’esperto allevatore, Fabrizio Bertolazzi di Serina, il capo famiglia, nella ricostruzione della nostra transumanza, si porrà in testa alla sua mandria di circa venticinque vacche bruno-alpine e, dopo avere attraversato la città di Bergamo s’incamminerà lentamente diretto verso il territorio milanese. Laggiù, dentro le cascine solo apparentemente isolate in mezzo a estesi tavolieri colturali, sino a tutta la prima metà del Novecento trovavano ristoro centinaia di mandrie provenienti dalle montagne orobiche occidentali, in forza di un’antica alleanza tra la montagna e la pianura, sancita dall’opera instancabile e coraggiosa dei bergamini, elementi di connessione tra territori strutturalmente diversi e lontani. Il carretto, con le varie masserizie della casa (come una roulotte) e gli attrezzi del lavoro chiuderà quella curiosa caroàna, mentre per i cani pastori sarà un continuo abbaiare e scodinzolare, avanti e indietro, ai lati del gruppo dei bovini, per tenerli in ordine e incitarli alla marcia. Proprio così, come avveniva un tempo. Al di là del lato pittoresco e degli aspetti di circostanza della singolare iniziativa, anche per quanto concerne la sua natura spettacolare attesa da parte del grande pubblico, la proposta nel suo complesso intende andare ben oltre la dimensione puramente folclorica. La ricostruzione storica della transumanza ci consente di recuperare la conoscenza dei luoghi e la loro funzione, per riscoprire i significati delle forme di economia rurale tradizionale, ancora oggi in grado di esprimere valori generali e competenze specifiche. È una preziosa occasione per conoscere e valorizzare il bagaglio di saperi concentrati nella vita e nel lavoro di abili allevatori e casari di monte, quali elementi identitari di una cultura rurale sempre meno evidente e in parte ancora misconosciuta. Si vuole cioè – questo è certamente uno degli obiettivi principali dell’iniziativa – portare alla ribalta un’espressione eloquente della civiltà rurale, per il complesso degli aspetti culturali spontanei e organizzati relativi all’allevamento delle vacche e alla produzione degli stracchini, che nei secoli hanno caratterizzato l’economia delle nostre valli, ma che sono in grado ancora oggi di offrire opportunità sociali, produttive connesse a un nuovo processo di rigenerazione della ruralità. Le varie iniziative parallele di animazione e conoscenza, compresi i laboratori inerenti alla lavorazione del latte, dopo la mungitura serale e mattutina all’aperto, nei punti di sosta, svolgono evidentemente una funzione di coinvolgimento della popolazione e di sensibilizzazione del contesto sociale e istituzionale rispetto alla condizione rurale, di ieri e di oggi, considerata nel suo complesso.

Sulla civiltà dei bergamini e le diverse manifestazioni della transumanza, negli ultimi anni abbiamo sviluppato molte indagini e raccolto numerose testimonianze, confluite poi in diverse pubblicazioni, concentrate soprattutto lungo una delle tre principali aste fluviali, quella del Brembo-Adda, lungo le quali si sono sviluppate le principali rotte dei malghesi, che dalle montagne lombarde scendevano regolarmente al termine dell’estate per svernare alla Bassa. Ulteriori indagini andrebbero effettuate negli ampi territori di levante, lungo i bacini fluviali del Serio e dell’Oglio, per cogliere nello specifico la dimensione e i caratteri della migrazione zoo-casearia stagionale nella Lombardia orientale, sino a raggiungere i fiumi Mella e Chiese. Lo stesso dicasi per la cintura a occidente della città di Milano, sino a lambire le sponde del Ticino. Il corso dei principali fiumi, infatti, ha rappresentato, oltre che una solida garanzia per l’abbeveraggio del bestiame, soprattutto una linea di sviluppo verticale e di orientamento delle tribù seminomadi di bergamini diretti, nel più breve tempo possibile, verso le cascine provvisorie di destinazione. Raggiunta la pianura, poi, abbiamo assistito a una distribuzione orizzontale delle famiglie bergamine, che nei secoli scorsi hanno colonizzato estese aree, sino a lambire le sponde del Po, comprese nell’ampio specchio di terra tra il lodigiano, il pavese, il cremasco, con estensioni sino a Soncino, Soresina, Cremona e Mantova. La ricostruzione storica di una transumanza bovina da Bergamo a Gorgonzola ci consente di raccontare la grande storia dei bergamini, che viene da molto lontano, nata sulle montagne lombarde da uomini e donne liberi e dalle grandi vedute, i quali hanno saputo traguardare i limiti visivi imposti dalle loro montagne, seguendo il corso dei fiumi, cercando anche in terre lontane ulteriori possibilità e opportunità di progresso e di sviluppo, dove poter garantire il sostentamento delle loro mandrie durante la cattiva stagione. Per ritornare poi, a primavera inoltrata, sempre lassù, in montagna, dove riempirsi di nuovo i polmoni di aria fine e ritemprarsi lo spirito. Come fanno i salmoni, quando al momento della riproduzione ritornano nello stesso fiume dove sono nati, risalendo la corrente, per deporre le uova, così i bergamini, ritornano ogni anno sui loro passi, ripercorrendo a ritroso le aste fluviali, per raggiungere d’estate le alture, presso cui mantengono ancora le proprietà dei vecchi e hanno avuto origine le rispettive famiglie.

Settembre, andiamo. E’ tempo di migrare, scriveva Gabriele D’Annunzio nel 1903 in una sua celeberrima poesia (I pastori). Si riferiva ai pastori abruzzesi, quando in principio d’autunno lasciavano le loro montagne per dirigersi nelle zone di pianura, come “esuli” diretti verso il “mare”, seguendo il corso degli antichi tratturi, che tutti gli anni registravano migrazioni di uomini e bestiame.

Così ci accingiamo a fare anche noi, tra poco più di una settimana, almeno in forma simbolica, mediante la rievocazione storica di un fenomeno passato di ampie dimensioni, ancora presente sia nel vissuto degli allevatori meno giovani, sia nella straordinaria cultura zoo-casearia che i bergamini hanno saputo esprimere e che rappresenta un formidabile bagaglio socio-economico in continua fase rigenerativa. Quassù, nelle aree montane e pedemontane delle Orobie, i “tratturi” di casa nostra non sono più così evidenti e conosciuti come quelli delle montagne e colline abruzzesi,  alcuni dei quali conservati ancora oggi e posti sotto tutela, anzi gran parte delle rotte bergamine tradizionali sono state sopraffatte da un continuum urbanizzato di recente formazione, che ha radicalmente alterato il volto dei luoghi e l’uso del suolo, trasformando gli antichi stallazzi di sosta in moderne palazzine, vietando il transito ordinario delle vacche e dei carri sulle strade, scardinando e decontestualizzando le funzioni storiche delle vecchie cascine, molte delle quali ormai abbandonate a sé stesse o radicalmente trasformate. Non è stato facile per gli organizzatori di questa transumanza ricostruire l’itinerario tradizionale delle mandrie bergamine lungo l’asta del Brembo, poi dell’Adda, poiché la geografia stessa è stata radicalmente alterata e resa persino irriconoscibile, ormai pressoché inadatta ad ospitare il transito dei quadrupedi. Sono rimasti ben pochi segni del passaggio delle mandrie che, a migliaia, migravano in montagna la primavera, per ritornare alla Bassa in autunno. Nessuna traccia delle antiche infrastrutture di servizio. Ancora una volta, per ritrovare il filo della memoria, occorre ripartire dalla montagna. Anzi, a qualcuno attualmente le vacche danno fastidio: sporcano, puzzano, fanno eccessivo rumore con i loro campanacci al collo, sono un potenziale pericolo per ciclisti, escursionisti, podisti, turisti, ai quali sono ormai state destinate le aree verdi dei circondari urbani della città infinita, mentre i pochi quadrupedi rimasti devono rimanere rinchiusi nelle loro riserve… dal Bolg di Antonio Carminati, Direttore del Centro Studi Valle Imagna

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