«

»

Gen 31 2024

Print this Articolo

RICETTE AMANUENSI. ALLA SCOPERTA DELLE CUCINE DEI CONVENTI

L’attività dei monasteri ha influenzato la tradizione alimentare italiana. Sono molte le ricette nate dal lavoro di frati e monache che ancora oggi mangiamo, ancora di più le tracce della loro attività nella produzione e conservazione dei cibi

Abbazia di Fontenay, foto di Peter Herrmann su Unsplash

Centinaia di conventi e monasteri sono sparsi su tutto il territorio italiano, da Nord a Sud, vicino al mare o arrampicati sulle più alte montagne. Logico dedurre che con la loro attività frati e monache nel corso dei secoli abbiano influenzato profondamente la cultura alimentare nel nostro Paese.  Quando pensiamo alle cucine dei monaci, spesso immaginiamo frati gaudenti intenti a bere birra o, all’estremo opposto, asceti che non toccano cibo: la realtà è ben diversa. Tutti gli eccessi erano banditi.

Inoltre, l’economia sulle risorse a disposizione e lo studio metodico di tecniche per la conservazione degli ingredienti portavano a evitare gli sprechi e davano la possibilità di destinare un surplus alla carità verso i poveri e all’ospitalità dei pellegrini. I piatti così creati sono ancora parte della nostra gastronomia, ma non basta: l’attività dei conventi ha segnato profondamente la produzione e l’agricoltura in Italia.

Dai campi e nelle stalle

Abili costruttori, architetti, alchimisti, botanici, pazienti ricercatori, esperti nel coltivare i campi come nell’allevare il bestiame, i monaci hanno influito per secoli sull’assetto strutturale del territorio.

Le colture ordinate ed efficienti dei monaci hanno salvato nei secoli dell’alto Medioevo le campagne dalle invasioni, dalle guerre, dalle pestilenze e dall’incuria. Dove non arrivava più l’Impero Romano arrivavano i monaci, che garantivano alle loro terre la manutenzione quotidiana di sentieri e fossati e realizzavano opere di disboscamento, dissodamento e irrigazione.

I monaci ripresero, rilanciarono e ampliarono le vecchie colture, come l’olivo e la vite, rendendole più redditizie; implementarono la produzione di cereali; coltivarono in modo sistematico e intensivo la frutta e la verdura, in modo da poterne destinare parte al commercio.

Da non sottovalutare poi l’attività di albergo per i pellegrini, ospedale e ricovero svolta dai monasteri: le mura dei conventi si aprivano sul mondo esterno, lasciando entrare idee e materie prime e lasciando uscire quanto di cibi e vivande veniva distribuito in beneficenza: «Noi siam come il mare, che riceve acqua da tutte le parti, e la torna a distribuire a tutti i fiumi», dice fra Galdino nei Promessi Sposi. L’impatto sul territorio era enorme.

A questo si aggiungeva l’attività di conservazione degli alimenti: da un allevamento sempre più fiorente nacquero molti formaggi. Ne è un esempio il grana, le cui origini sono legate a una produzione di latte talmente abbondante da essere superiore alle esigenze della popolazione, ma che andava conservata e valorizzata. Ma non è certo il grana il solo formaggio “inventato” dai frati: basti ricordare il Montasio nell’abbazia di Moggio Udinese, la mozzarella in quella di San Lorenzo di Capua; e poi, in Francia, Brie e Livarot, Trappiste, Munster e Pont-l’Évêque.

L’arte di conservare non si ferma certamente a questo, ma si estende ad abbracciare le marmellate, le confetture, i liquori, i vini e la birra, prodotta dai frati non in Italia ma nel Nord Europa, per conservare e sfruttare una grande produzione di cereali.

Nelle cucine e nelle dispense

L’alimentazione di frati e suore era rigidamente normata per quanto riguarda orari dei pasti, quantità e tipologie di cibi serviti. Non solo. Il calendario liturgico imponeva restrizioni legate al digiuno settimanale, che permetteva di consumare un solo pasto al mercoledì e al venerdì (più avanti solamente il venerdì).

Altre limitazioni riguardavano Quaresima, Avvento, Vigilie e a altre ricorrenze in cui veniva raccomandata l’astinenza dalla carne in tutte le sue varianti. Indicazioni che venivano estese al di fuori delle mura conventuali e che portavano a una grande attenzione nei confronti degli ingredienti alternativi alla carne: dal formaggio alle uova e al pesce, ma soprattutto verdure e legumi. Questi insieme al pane e ai cereali rivestivano un ruolo da protagonisti nell’alimentazione dei monaci.

Quando diciamo “nutrirsi di radici ed erbe” pensiamo ad asceti che raccolgono piante selvatiche amarissime: in realtà le “radici” altro non sono che carote, cipolle, rape, ravanelli, mentre le “erbe” sono semplicemente e genericamente ortaggi a foglia verde.

Sulle tavole dei conventi erano sempre presenti le zuppe e le minestre, preparate con verdure di stagione, cereali e pane. I pani, grandi, adatti a conservarsi a lungo, venivano cotti nei forni interni a monasteri e abbazie, che spesso lavoravano anche per il contado. E accanto al pane nei forni si cuocevano le gallette, i biscotti e altre specialità da serbo, che spesso venivano consegnate ai pellegrini perché potessero sostentarsi lungo il loro cammino.

E nei forni si cuocevano molti tipi di dolci, dedicati ai giorni di festa; ogni ordine aveva le proprie specialità, e frati e suore nel volgere del tempo si specializzarono nel confezionare preparazioni che ancora oggi sono spesso protagoniste delle tradizioni legate alle ricorrenze religiose: dolci che talvolta potevano essere sagomati a rappresentare agnelli pasquali o frutti freschi, reliquie di santi o croci e a sottolineare il legame strettissimo tra festività e calendario liturgico.

Qualche esempio? La ricetta “ufficiale” della pastiera napoletana è frutto del lavoro delle suore del convento di San Gregorio Armeno, che la preparano fin dal Settecento, mentre quella degli struffoli è da attribuire, pare, alle monache dei conventi napoletani della Croce di Lucca e di S. Maria dello Splendore. La pasta di mandorle è specialità delle monache della Martorana, a Palermo, che almeno dal Cinquecento preparano i bellissimi frutti; i brigidini all’anice, tipici di Pistoia, furono inventati nel sedicesimo secolo dalle suore di santa Brigida. Ma ci sono anche le minne di vergini del convento di Alcamo, che abbiamo visitato e fotografato, a base di ricotta cioccolato e cannella.

Altra specialità tipica dei conventi sono i liquori: i laboratori di farmacia lavoravano a trasformare fiori, erbe, radici per ricavarne tisane ma anche e soprattutto rosoli e distillati. Inoltre frutta, cereali e vinacce residue della lavorazione di vino e birra alimentavano l’attività delle distillerie: persino il whiskey è stato, si dice, inventato in Irlanda da san Patrizio in persona, mentre il rum è nato nel Seicento in Martinica per opera di padre Du Tertre e di padre Laba    fonte: Gambero Rosso, Daniela Guaiti, 31.01.2024

Permanent link to this article: https://www.slowfoodvalliorobiche.it/ricette-amanuensi-alla-scoperta-delle-cucine-dei-conventi/