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Mag 11 2022

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DIMENTICARE L’ASFALTO: LE CITTÀ DEL FUTURO DEVONO ESSERE COME DELLE SPUGNE

Le città impermeabili stanno diventando anacronistiche per via degli eventi climatici estremi. La sfida urbanistica del futuro – non troppo lontano – consiste nel renderle porose come delle spugne, puntando su soluzioni “nature based”

Unsplash

Alla natura si risponde con la natura. Alle alluvioni e alle piogge torrenziali alternate a periodi di siccità – tra gli effetti più concreti dei cambiamenti climatici – si replica con alberi, tetti verdi, aiuole, parchi, stagni o laghi, ma anche con strade sterrate, sabbia e altre superfici permeabili in grado di assorbire velocemente l’acqua e di rallentare il deflusso superficiale. 

La sfida urbanistica del futuro – ma anche del presente – consiste nel rendere le città più spugnose (le città-spugna, o sponge cities in inglese), porose, capaci di reagire agli eventi climatici estremi e di utilizzare con lungimiranza le risorse idriche a disposizione. Soluzioni simili sono state applicate per la prima volta in Cina, un Paese particolarmente colpito dalle alluvioni e – al tempo stesso – da una carenza d’acqua dovuta al fatto che la maggioranza delle risorse idriche è concentrata a nord. 

Soluzioni a basso costo e con effetti immediati

Yu Kongjian, professore di architettura del paesaggio all’Università di Pechino, ha ideato il concetto di città-spugna partendo da un’esperienza traumatica della sua infanzia. A 10 anni, un’alluvione lo trascinò violentemente dentro le acque fuori controllo di un torrente. Inaspettatamente, in un punto ricco di salici, canneti e altre piante, il flusso del fiume in piena rallentò e il piccolo Yu Kongjian riuscì a trarsi in salvo aggrappandosi alla vegetazione: «Sono sicuro che se il fiume fosse stato come quelli di oggi, levigati con strati di cemento, sarei annegato. Perché non puoi vincere contro l’acqua: devi lasciarla proseguire», ha raccontato l’esperto di design urbano alla Bbc.

Il concetto alla base della città-spugna è proprio questo: passare da un centro urbano impermeabile – ricoperto di colate d’asfalto e cemento – a una città con superfici porose posizionate nei cosiddetti “flooding hotspots”, dove è più probabile che l’acqua si accumuli in caso di tempeste particolarmente violente. 

Al cambiamento climatico si risponde con soluzioni “nature based”, spesso a basso costo e applicabili anche in corso d’opera: non per forza in fase di pianificazione. Elena Granata, docente di urbanistica al Politecnico di Milano, ci spiega infatti che una città-spugna «si può ottenere a buon mercato togliendo l’asfalto dalle strade, tramite quel processo che viene chiamato depavimentazione. Consiste nell’idea che basta lasciare suolo libero e terra battuta, senza avere effetti impermeabilizzanti, per far respirare la città: così il suolo torna a fare il suo mestiere. Meglio un parcheggio a sterro che un parcheggio ad asfalto. Meglio togliere l’asfalto dalle strade secondarie piuttosto che lasciarlo. La depavimentazione è semplice e alla portata di tutte le amministrazioni, con effetti immediati». 

In Italia siamo ancora lontani dal rendere le nostre città spugnose e a prova di alluvioni, nonostante le continue avvisaglie provenienti da una natura imprevedibile. «Se in Cina vanno le città spugna, da noi vanno le città impermeabili: in Italia abbiamo impermeabilizzato i suoli in maniera sistematica. Ad esempio, non abbiamo strade che sono lasciate a sterro, come invece succede a Parigi. L’asfalto e il cemento impediscono la porosità e la spugnosità delle nostre città. La città impermeabile, che ai tempi ci sembrava più sicura, più pulita e più asettica, oggi diventa pericolosa perché non assorbe le piogge», aggiunge la professoressa Granata. 

Le caratteristiche di una città-spugna

Uno degli studi finora più importanti sulle città-spugna è stato condotto da Arup, una multinazionale che presta servizi di design, architettura e ingegneria. Nel suo “Global Sponge Cities Snapshot”, la società con sede a Londra ha assegnato una percentuale di spugnosità a sette metropoli: Auckland (35%), Nairobi (34%), Singapore (30%), New York (30%), Mumbai (30%), Shanghai (28%) e Londra (22%). 

Il punteggio variava a seconda dei seguenti fattori: la quantità di spazi verdi e blu che assorbono l’acqua, come l’erba, gli alberi, i laghi e gli stagni; la tipologia di suolo e di vegetazione; i sistemi urbani per il deflusso dell’acqua. Auckland, in Nuova Zelanda, ha ottenuto un punteggio elevato grazie alla presenza di enormi parchi e a un moderno sistema di gestione dell’acqua piovana. Nairobi, in Kenya, è al secondo posto per via delle notevoli porzioni di terra permeabile (terriccio, sabbia) ai margini dell’area urbana. 

Londra è in fondo alla classifica in quanto dispone di un terreno ricco di argilla, che notoriamente trattiene meno facilmente l’acqua. La capitale inglese, ispirandosi all’australiana Melbourne, ha però annunciato un piano per realizzare centinaia di rain gardens, ossia aiuole posizionate in punti strategici della città. Questi piccoli giardini di terreno drenante, caratterizzati da una leggera depressione, trattengono l’acqua piovana per poi rilasciarla pian piano nelle fogne, riducendo il rischio di allagamento.  

La situazione in Italia

In Italia, puntualizza la professoressa Elena Granata, una delle amministrazioni che sta cogliendo l’importanza di “diventare spugnosi” è quella di Bergamo, «grazie a qualche esperimento mirato di depavimentazione dell’asfalto». Tuttavia, le città del nostro Paese risultano ancora arretrate e morbosamente “affezionate” a una ormai anacronistica cementificazione: «Non lo facciamo perché non c’è la cultura delle soluzioni nature based, ispirate alla natura. Il messaggio culturale fondamentale è che alla natura, che impazzisce, si risponde con la natura. È una filosofia, un cambio di paradigma molto rassicurante per le nuove generazioni: anziché disperarci pensando al cambiamento climatico, possiamo gestirlo a livello micro e macro. Chiunque di noi abbia un campo o un prato può fare qualcosa».

Le città italiane che hanno bisogno di interventi per incrementare il loro “tasso di spugnosità” sono quelle in cui si verificano forti sbalzi di temperatura tra inverno ed estate, come per esempio Milano. Oppure le città costiere, situate in una posizione geografica penalizzante: «Ma in realtà», puntualizza Granata, «ogni città dovrebbe muoversi verso questa direzione. Questa cosa la stanno già facendo a Barcellona, in Messico e in tante altre zone dell’America Latina». 

In più, «sono progetti che possono anche contrastare la calura estiva. Ancora non sappiamo come dovremo razionare l’energia, come evolverà il conflitto in Ucraina. L’alternativa ai climatizzatori deve essere naturalista: lo dobbiamo fare anche per una questione geopolitica, non più solo climatica».

La città-spugna non si limita alla depavimentazione e alla realizzazione di aree verdi capaci di assorbire l’acqua. Tunnel sotterranei e bacini di raccolta possono aiutare non solo a reagire agli eventi climatici estremi, ma anche alla siccità: «Le piogge improvvise dopo lunghi periodi di siccità possono essere una catastrofe, oppure una manna. Quando piove, ci sono città che non possono sprecare neanche un goccio d’acqua: ecco perché devono essere trasformate in grandi invasi che assorbono l’acqua, per poi sfruttarla durante i periodi di emergenza idrica. Per quali funzioni? Per pulire la strada, per l’agricoltura urbana, per i servizi di pulizia. È un uso più intelligente delle risorse», sostiene Elena Granata.   Fonte: Linkiesta, Greeninkiesta, Fabrizio Fasanella, 10.05.2022

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