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Mar 15 2022

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COLTIVARE CIBO NELLE FORESTE: FA CONCORRENZA ALLE MUCCHE

Potrebbe dare una produzione di proteine simile a quella ottenuta nei pascoli estensivi

Se avessimo un terreno, a cosa potremmo destinarlo? Agricoltura o riforestazione? E perché non entrambe? Da questa domanda è partito Paul Thomas, naturalista e professore onorario dell’Università di Stirling, nel Regno Unito. L’idea del ricercatore, esperto di funghi e impegnato nello studio di nuovi sistemi per produrre cibo in modo sostenibile, è inoculare con un fungo, dall’eccentrico colore blu e dagli alti valori nutrizionali, i giovani alberi da piantare per la crescita forestale, combinando così la produzione di cibo con gli obiettivi di riforestazione e conservazione della biodiversità. 

Nello studio, pubblicato su su Science of The Total Environment, il naturalista britannico ha dimostrato come la coltivazione del “cappuccio dal latte blu” (Lactarius indigo), un fungo dall’inconfondibile colore indaco dovuto a un siero lattiginoso contenuto nelle sue lamelle, potrebbe produrre una quantità di proteine annua per ettaro paragonabile a quella dei pascoli estensivi. Nonostante i funghi siano per lo più una buona fonte di fibre vegetali, questo prezioso fungo rappresenta infatti un’eccezione. Oltre che di nutrienti essenziali come acidi grassi e fibre, il Lactarius indigo è estremamente ricco di proteine vegetali e rappresenta già un’importante risorsa alimentare nel Vicino Oriente e nelle Americhe. 

Per rendere tutto questo una concreta alternativa alimentare, i ricercatori hanno definito un possibile processo di coltivazione che va dall’isolamento in laboratorio delle spore fungine alla creazione di giovani alberi da piantare con radici che ospitano il fungo. Con il tempo, albero e fungo crescerebbero insieme, contribuendo allo sviluppo forestale e arrivando a produrre funghi ricchi di proteine. Secondo gli autori, il sistema potrebbe garantire fino a 7,4 chilogrammi di proteine l’anno per ettaro, una quantità quasi uguale a quella che viene stimata per la produzione di carne bovina in sistemi pastorali estensivi. Con la crescente pressione che i sistemi alimentari esercitano sull’ambiente, la coltivazione di funghi combinata alla crescita forestale appare come un’opzione da approfondire. 

Il sistema potrebbe sembrare però un po’ artificioso. “Nella selvicoltura naturalistica si preferisce sicuramente la rinnovazione naturale, cioè la sviluppo di nuove piantine dai semi che cadono dalle piante adulte”, ci spiega Pierluigi Paris, ricercatore del Consiglio nazionale delle ricerche ed esperto di agroforestazione, la disciplina che fonde l’ecologia forestale e quella agraria. Commentando lo studio il ricercatore riconosce anche come “eventuali applicazioni del forest farming con semina di funghi eduli potrebbero avere delle potenzialità, ma devono essere accuratamente verificate”. Si tratta quindi di un approccio innovativo, che ha ancora bisogno di studi. Ciononostante, l’abbinamento della gestione forestale con la coltivazione dei funghi sarebbe possibile e potrebbe aiutare il processo di forestazione produttiva. 

Ci sono però alcune cose da tenere a mente. “Alcuni recenti insuccessi di forestazione produttiva sono riconducibili alla scelta sbagliata della specie arborea da piantare”, racconta Paris. “Nei sistemi agrosilvopastorali è essenziale la disponibilità di un’ampia gamma di specie arboree e si deve scegliere la più appropriata per il contesto ambientale di un territorio”. In questo senso, il Lactarius indigo si presenta come un candidato ideale. Cresce infatti in associazione con molte specie di pini e querce che popolano le foreste di conifere e di latifoglie e che potrebbero essere piantate lungo un’ampia zona climatica del Nuovo Mondo, dal Costa Rica fino alle più alte latitudini degli Stati Uniti. E l’idea potrebbe essere riproposta anche dalle nostre parti. 

I ricercatori sono infatti impegnati nello sviluppo di un modello simile per la coltivazione di funghi adatti anche al clima del nord Europa e in associazione con le specie arboree native del nostro continente. Nonostante le potenzialità in termini di produttività debba essere ulteriormente verificata, il modello appare come un modo nuovo di pensare la selvicoltura. Un modello che consente di combinare la produzione di cibo con il sequestro di carbonio e la conservazione della biodiversità forestale. 

È questo in fin dei conti lo scopo ultimo dell’agroforestazione: il superamento di una separazione netta tra foreste, agricoltura e allevamenti. Come spiega Paris, “i sistemi agroforestali, dove si combinano piantagioni forestali con colture erbacee annuali, foraggere da pascolo e alberi da frutto, possono rappresentare un metodo sostenibile di produzione di materie prime come legno e alimenti, in grado di fornire preziosi servizi ecosistemici come il sequestro di carbonio, la conservazione della biodiversità, il mantenimento della fertilità dei suoli e la riduzione dell’inquinamento agricolo”. 

Secondo il ricercatore questa è anche la strada per contrastare il degrado forestale: “L’abbandono e la rinaturalizzazione incontrollata possono essere pericolose, favoriscono per esempio gli incendi collegati ai cambiamenti climatici. Bastano pochi mesi di siccità e il rischio è quello di veder bruciare tutto. Con l’agroforestazione, e il ritorno a una gestione naturalistica che non escluda la coltivazione, si potrebbe scongiurare tutto questo”. 

Eppure, non è la strada che abbiamo seguito. Gli inventari nazionali indicano che in Italia la superficie forestale è aumentata negli ultimi decenni. Questa crescita però è in gran parte associata all’espansione naturale dei boschi su terreni agricoli abbandonati. Solo il 30% dei boschi italiani ha infatti una gestione selvicolturale pianificata, “essenziale per realizzare una gestione sostenibile delle foreste e garantire il loro contributo alla mitigazione degli effetti del cambiamento climatico e alla transizione verso un’economia circolare”, puntualizza Paris. 

Quale sarà il futuro per questo settore? Difficile dirlo. La nuova Politica Agricola Comune (Pac), approvata dal Consilio Europeo per il periodo 2023-2027 e già ampiamente contestata, non prevede un supporto specifico per l’agroforestazione. Prevede invece l’istituzione di “ecoschemi” (i supporti alle imprese agricole che attuano dei regimi volontari per il clima e l’ambiente) che devono essere definiti dai singoli Stati. E l’Italia non ha previsto esplicitamente l’agroforestazione tra gli ecoschemi. Tradotto: l’adozione di pratiche volte a favorire lo sviluppo dell’agroforestazione potrebbero non essere supportata con i finanziamenti previsti dalla nuova Pac. Poco chiaro è anche il ruolo dei sistemi agroforestali all’interno del Piano nazionale di ripresa e resilienza, maggiormente rivolto invece alla forestazione urbana. 

“Per promuovere adeguatamente l’agroforestazione c’è ancora molto da fare”, sottolinea Paris raccontando gli sforzi di molte organizzazioni e associazioni come la Società Italiana di Selvicoltura ed Ecologia Forestale (Sisef) che da anni promuove studi e ricerche sulla struttura e funzionalità dei sistemi forestali, o l’Associazione Italiana Agroforestazione impegnata nel tentativo di ritagliare un ruolo più centrale dell’agroforestazione all’interno delle politiche comunitarie. “Soprattutto – conclude Paris – al livello nazionale è auspicabile che il Pnrr preveda più risorse per la ricerca pubblica, favorendo la collaborazione fra ricercatori e l’adozione di un approccio interdisciplinare alla gestione delle foreste”. Delle future strategie per promuovere lo sviluppo dei sistemi agrosilvopastorali si parlerà nei prossimi mesi in occasione del convegno nazionale, indetto dalla Sisef sull’agroforestazione. Intanto, negli strati più bassi delle nostre foreste, spuntano nuove opportunità per un pensare a sistema alimentare più sostenibile.  Fonte: Huffington Post, Terra, Enrico Nicosia, 14.03.2022

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